estetica + lavoro
Siamo stanchi di lavorare. È un tema sentitissimo di questi tempi, e non credo sorprenda nessuno: stipendi bassissimi rispetto al costo della vita, una cultura del lavoro stakanovista, assunzioni bloccate e un mercato del lavoro paralizzato da mesi; il crollo del sogno dorato del mondo tech. Come scrive Silvio Lo Russo, siamo “entreprecariat” - da un lato precari, a rischio, il posto fisso un sogno lontano; dall’altro, imprenditori di noi stessi, sempre pronti a reinventarci e rilanciarci. Ci consideriamo progetti mai completati.
La rabbia e l’insoddisfazione, soprattutto fra i giovani, sono inevitabili. E ci sono: non mancano articoli, contenuti, post su Reddit che ne parlano con franchezza. Ma mi sembra anche che in tantissimi spazi digitali (soprattutto Instagram e TikTok) il nostro modo di parlare del lavoro ci porti invece che a capirci, confrontarci e aiutarci ad essere ancora più arroccati nell’individualità.
Quando parliamo di lavoro su questi canali, lo facciamo filtrandolo da una lente estetica. Affrontando il tema del lavoro, lo inseriamo in un racconto costruito da noi: è un lavoro da sogno? È aesthetic? È cozy? Ci permette di fare una bella vita? O ci commiseriamo della bruttezza degli uffici?
Questo accadeva già con Instagram anni fa, ma ora 'l'estetizzazione di tutto è esplosa con l’avvento del formato short video su TikTok. Sia come spettatori che come autori, siamo portati a leggere la realtà letteralmente attraverso le lenti della videocamera. Se la nostra finestra sul mondo è TikTok, stiamo sempre o girando un video o guardandone uno.
Forse proprio per come sono costruite le piattaforme stesse, non riusciamo davvero a parlare in termini concreti, di soluzioni e sentimenti, senza che l’aspetto estetico - l’atmosfera, la vibe, la bellezza - prenda il sopravvento della nostra linea di pensiero.
Così, l’orrore del lavoro “9 to 5” (che poi, da noi è più 9 to 6) viene rappresentato come un crimine in primo luogo estetico. L’opposto del bello, della non meglio definita vita dei sogni. Questo genere di horror è spesso legato allo spazio dell’ufficio. Costringere le persone ad andare in uffici con moquette, luci a led, e cubicoli è costringerli ad un’esistenza brutta.
Dall’altro, l’estetica della vita da sogno, che prende - quasi sempre - sembianze radicalmente opposte. Una carriera da artista o illustratore, magari, colorata e curata nel minimo dettaglio, vissuta in una metropoli europea. Oppure, ancora più liberatorio e magico, un ritorno alla natura, magari un b&b nel bosco, una fattoria autosufficiente, o un lavoro sul mare.
Questo non significa che non ci siano persone online che raccontino con una luce positiva un lavoro “classico”, 9-5. Ma lo fanno secondo le stesse identiche dinamiche: estecizzandolo al massimo, mostrando quanto possa essere ‘cozy’.

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I commenti a questo TikTok dimostrano quanto l’accettabilità del lavoro venga filtrata tramite un giudizio estetico: “what kind of job field do you work in? looks so cozy 💞”.
Questi commenti rivelano anche una dinamica tipica di TikTok: quella dell’acquisto, della scoperta di un nuovo prodotto da acquistare: “Hi!👋 I was just wondering what type of to do list app you use??” “Where did you get the lilac bottle from? ✨”
In questo contesto, il lavoro diventa un prodotto da scoprire - e scegliere - secondo un processo di ispirazione - aspirazione mediato dal video breve: “la tua vita mi sembra esteticamente aspirazionale - colorata, cozy, piacevole - come posso averla? Cosa devo comprare? E quale lavoro dovrei fare?”
Questo processo di estetizzazione mostra il disagio profondo che sentiamo nei confronti del lavoro, e la rottura degli schemi tradizionali che rendevano forse più semplice, un tempo, decidere cosa fare della propria vita. Invece oggi, complici tutti questi stimoli, le mille possibilità, ma anche gli ostacoli infiniti, ci ostiniamo a volere un lavoro che, nelle nostre teste che ci dovrebbe identificare, ci dovrebbe dire chi siamo, e nel farlo non ci deve annoiare mai, deve essere divertente; un prodotto a sua volta da consumare. Questa idealizzazione si scontra brutalmente con la realtà, fatta più spesso di sfruttamento e stasi. A questo scontro ci sono tante possibili risposte.
Ad esempio, fra chi ci mostra online come ha risolto il ‘problema’ del lavoro troviamo famosi nomadi digitali, il cui tratto distintivo è di avere creato un’estetica del lavoro ‘liberato’, non perché sia speciale il lavoro in sé ma per il contesto - esteticamente superiore, slegato da vincoli - in cui si svolge quel lavoro. In breve, se lavori dalla spiaggia in Thailandia, puoi porre - attraverso i social - molta enfasi sulla spiaggia e poca sul lavoro. Questo studio pubblicato in new media and society lo spiega bene: “DNs and Instagram are a ‘good match’ since digital nomadism ‘is a lifestyle that looks really good on pictures’ (...)”.
Una versione ancora più estrema sono le tradwives. Donne-influencer che dicono, apertamente: “non siamo fatte per gli uffici, per le scrivanie, ma per servire uomini e figli a casa”. Un’esistenza e performance filtrata dalla fotocamera ma paradossalmente volta ad apparire lontana dalla modernità, un rifugio per donne e bambini dal capitalismo.
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Il legame fra il successo delle tradwives e un sentimento di delusione rispetto al lavoro ‘normale’, capitalista, è assolutamente esplicito. Queste influencer vendono un’estetica pre-industriale, promettendo alle donne una fuga in una vita morbida, semplice, ‘bella’. Ma che nasconde valori retrogradi, pericolosissimi.
Il controsenso, poi, sta nella fama - e nei soldi - che queste donne accumulano mentre vendono la vita ‘tradizionale’, trasformando l’attenzione generata da questa estetica e narrativa in un lavoro a tutti gli effetti. Queste donne sono tutt’altro che succube, almeno dal punto di vista monetario. Eppure vendono questo sogno estetico a tantissime altre donne, stanche di essere sfruttate, come un’alternativa sana, senza uffici, senza luci a led e cubicoli. L’antitesi - e in un certo senso l’evoluzione - del concetto di girlboss, le donne in carriera, che hanno avuto il loro apice culturale prima della pandemia.
Insomma, sul lavoro non abbiamo le idee chiare. E come spesso accade con i temi che ci mettono ansia, questa poca chiarezza lascia molto spazio a improbabili guru, influencer e simili che vogliono venderci uno stile di vita; che siano tradwives, hustle bros o nomadi digitali il meccanismo è spesso simile.
Dal canto mio, come tante altre persone, lavoro 40 ore a settimana, a volte in un ufficio a volte no. Dalla spiaggia non mi è mai capitato. Il tema del lavoro mi ossessiona, perché è una parte fondamentale della mia vita che a volte percepisco come un problema irrisolto, sicuramente come qualcosa di potenzialmente instabile e non definitivo. Ho tanti dubbi: sulla carriera, sull’ambito in cui lavorare, sullo stipendio. Ho paura del burnout.
Un buon punto di partenza sarebbe riuscire a parlarne prescindendo da questi canoni estetici, andando più in profondità, cercando risposte nella collettività invece che nell’individualismo. Non possiamo risolvere il problema del lavoro da soli, né con mettendoci sopra un filtro cozy. Serve parlarne, sì, ma anche organizzarci, immaginare alternative, pretendere di più.






I went through that phase too: the freelancer working in pajamas from an Airbnb in the woods or a cute café in some foreign city.
But at some point, I realized work had become everything: identity, self-worth, the only “valid” source of happiness.
And because I had given it that much power, it couldn’t be ordinary. It had to be cool. Shareable. Aesthetic.
Hustle culture just changed outfits, not logic.
It used to be “if you’re not climbing the corporate ladder, you’re no one.”
Now it’s “if you’re not working from Bali or running a six-figure side hustle, you’re no one.”
Always working, always monetizing, always proving you deserve to exist. Just with better photos.
I’m a digital nomad too. At first, I chased the lifestyle because it looked good.
Now it's a choice, because it fits my need for independence and variety.
But the tension between productivity and slow living still haunts me.
Some days I’m full monk mode, other days even New Yorkers feel slow.
What I've understood so far?
That maybe the goal isn’t to find “the right job.”
Maybe it’s to admit that in a healthy life, work is just one of the things, not the whole story.
Sono appena atterrata su questo problema, io che lavoro da 7 anni nello stesso posto mi sono chiesta "ma è questo che voglio?" e poi mi sono ri-chiesta "ma questa domanda nasce perché doveva nascere o perché il mondo che vedo attorno vuole farmi credere altro?". Mi sento come una sorta di Robinson Crusoe che cerca una risposta ad entrambe le domande.