sentimenti climatici
caldo, memoria e collettività
Un paio di anni fa ho iniziato a pensare all’effetto del cambiamento climatico sull’umore, sulla psiche, e sulla memoria. Non parlo di eco-ansia e altre definizioni legate alle preoccupazione futura per il destino dell’umanità, della flora della fauna, ma più di quelle emozioni che nascono in modo casuale nel presente, un presente la cui l’atmosfera e il paesaggio sono nettamente diversi rispetto alla normalità.
Per esempio: l’autunno, ormai caldo e soleggiato fino a novembre, porta con sé un senso di disorientamento. Appuntamenti annuali come compleanni, sagre - nella mia memoria infantile accompagnati dalle prime nebbie padane di ottobre - sono stati negli ultimi anni caldi abbastanza per un giorno in piscina. In inverno, giorni di Natale soleggiati e miti che preannunciano già la primavera portano spaesamento e creano distacco con la memoria anche solo di 10 o 15 anni fa, che appare molto più remota, proprio perché fatta di freddo, fossi ghiacciati, nebbia e neve.
Ma, naturalmente, la regina assoluta del malessere psicologico-climatico è l’estate. L’estate italiana sempre più lunga, sempre più calda, con sempre meno notti rinfrescanti o acquazzoni che ridanno vita.
In un articolo dell’anno scorso su Rivista Studio, si è parlato dell’estate che ormai dura 6 mesi. Un’estate che “ci travolge come uno schiaffo in piena faccia”, in netto contrasto con le estati letterarie europee descritte nell’arco del ‘900 come “dolci e attese, portavano leggerezza e una dote di maggiore libertà”.
Infatti, oltre allo spaesamento e al distacco con i ricordi, uno degli strani effetti del climate change sul mio cervello è la nostalgia: una ‘nostalgia climatica’. Mi capita spesso di idealizzare - senza volerlo - quelle che devono essere state le estati dei nostri genitori, negli anni ‘70 e ‘80. Ecco, questa mitica estate vintage me la immagino allegra, sicuramente più breve, ma per questo da godersi al massimo. Sicuramente calda, ma un di un calore positivo, gioioso, liberatorio.
Oggi invece l’estate fa l’esatto contrario. Genera in molti di noi non solo un senso di pessimismo sullo stato del mondo, ma anche difficoltà concrete, concretissime. E tanto sudore.
Quindi, come società, cosa facciamo? Per il momento, sembrerebbe, pensiamo a come rifugiarci, individualmente, in qualcosa che ci vada bene. Andiamo avanti imperterriti, ognuno secondo il proprio grado di privilegio.
Chi ha seconde case in montagna o altrove, vi si trasferisce appena possibile.
Chi ha disponibilità economica viaggia appena può, lasciando i concittadini meno abbienti in mezzo all’asfalto. Non a caso è stato notato un aumento esponenziale del turismo verso mete fresche (e costose), con un nuovo termine per indicare il fenomeno: coolcations, cioè cool vacations. Un’occasione di consumo come un’altra, un trend, sicuramente non la conseguenza di qualcosa di grave.
Altri alzano l’aria condizionata in casa, in macchina, in ufficio. In un modo o nell’altro, sopravviviamo: mettiamo la testa sotto il lavandino, cambiamo abitudini, usciamo più tardi la sera, oppure semplicemente sudiamo e stiamo male sotto il sole.
E poi, inevitabilmente, trasformiamo questi sentimenti legati al caldo - questo caldo innaturale, estremo - in contenuti online. Chissà perché, l’algoritmo di TikTok continua a propormi video brevi molto atmosferici di pioggia scrosciante, di foglie autunnali e tè caldo. Scenari generici, qualche vicolo scozzese o foresta nordica. Un invito a rifugiarsi nello scroll, dove far finta che ci sia fresco, ma anche un contenuto aspirazionale, un invito a cercare mete del genere, forse.
Tutte soluzioni individuali, che d’altra parte non sono affatto soluzioni. Sono diversivi, distrazioni comprensibili, derivanti da un senso di impotenza inevitabile nei confronti di un cambiamento globale che avanza.
Il meteo, il tempo, però, non ha nulla di individuale. Nelle nostre vite sociali è importantissimo. Ci accomuna tutti, dal primo all’ultimo, e non a caso è l’argomento che possiamo tirare fuori per fare conversazione con chiunque, anche uno sconosciuto. Certo, le differenze economiche e sociali creano divari enormi fra chi vive bene anche con il caldo e chi invece soffre o muore. Ma, per quanti soldi possiamo avere, la calura arriva per tutti.
Questo articolo accademico del 2024, scritto da ricercatori del King’s College London, affronta il legame fra clima e memoria. L’articolo spiega che la nostra concezione di clima ‘normale’ è generata da un insieme di cultura collettiva, ricordi individuali e informazione scientifica. Il clima ha un impatto sulla memoria collettiva, sui riti, sulle abitudini e sull’identità. Per questo i ricercatori invitano ad una visione del clima come ‘cultural and natural heritage’, eredità culturale e naturale. L’idea è quella di porre il clima come bene collettivo da proteggere, proprio perché costituisce una risorsa fondamentale per la vita culturale e rituale di intere comunità. Nel concreto, perdere il clima significa perdere tradizioni e riti: significa che se i fiumi non si ghiacciano più, la tradizione di pattinare sul ghiaccio andrà persa o modificata; se non ci sono i fiori di ciliegio in primavera, non ci sarà l’hanami; se non crescono le zucche non ci sarà la relativa sagra.
Quella di intere popolazioni unite a difendere il proprio clima è una visione forse utopica. Ma almeno invita ad un approccio collettivo e positivo nei confronti di un problema che invece affrontiamo sempre di più con totale individualismo e pessimismo, scappando ognuno in una direzione diversa o nascondendoci dentro le case con l’aria condizionata, come propone la Le Pen in Francia promettendo condizionatori a tutti.
Per troppo tempo abbiamo pensato al problema del clima come a qualcosa di globale, terribile ma distante da noi, che avviene in alto nell’atmosfera dove non lo possiamo davvero toccare. O peggio ancora, ce lo hanno venduto come un problema individuale, che può essere risolto comprando costosi packaging riutilizzabili. Invece c’è una via di mezzo: quella di quartiere, paese o regione, proprio lo spazio dove il clima - con i suoi ritmi, ricordi, ed effetti sulla nostra psiche - prende davvero forma e diventa tangibile. Dovremmo iniziare tutti dal nostro quartiere, dalla nostra via, lavorando come collettività per fare qualunque cosa. Lottare per piantare alberi, mettere pensiline verdi, spazi aperti a tutti per rinfrescarsi, creare ombra e rifugio dove non ce n’è.



